di Alessandra Sallemi -
CAGLIARI. Per Nerina Dirindin ex assessore alla Sanità ormai la Sardegna non è soltanto la casa delle Ferrovie a Cagliari comprata «in corsia preferenziale», accusava l’opposizione, in un’asta delle stesse Ferrovie su internet, spiegò lei. Sono gli amici che ha trovato e che non intende perdere. E’ la disponibilità a tornare se qualcuno vorrà discutere delle politiche sanitarie dell’isola. La nostalgia e anche l’amarezza per gli attacchi mai risparmiati racconta che sono «molto compensate» dal ritorno a casa a Torino, in famiglia, all’università dove insegna Economia pubblica (l’ex Scienza delle finanze) e dove l’anno prossimo spera di riattivare l’insegnamento di Economia sanitaria che nessuno ha ripreso durante la sua assenza sarda.
Il nuovo assessore Liori si è piacevolmente stupito per la cortesia con la quale lei ha fatto il passaggio delle consegne.
«Non c’era nessuna ragione per avere atteggiamenti polemici».
Liori ha lamentato che la stessa cortesia non l’ha avuta da assessore perché lei, un tecnico, non è stata rispettosa della politica.
«Sono loro che non mi hanno rispettato come tecnico. La valutazione su di me, anche solo del mio arrivo, è stata non tecnica, ma di campanile».
Un episodio sgradevole?
«Mah, ho voltato pagina...».
I ricordi però restano, qual’è la cosa che la colpiva di più?
«Forse... gli attacchi in quanto piemontese. Era il segno che avevano difficoltà a fare opposizione nel merito, cosa che mi sarebbe piaciuta. Era un Consiglio che non sapeva svolgere il suo ruolo, la funzione politica veniva meno, sovrastata da una contrapposizione inutile: ai microfoni si è dibattuto continuamente, fino all’ultimo giorno, soltanto sulla mia carta d’identità. Intelligenze sprecate, direi».
Un bel ricordo?
«Il giardino del reparto di psichiatria di Is Mirrionis. Una piccola cosa, ma significativa. Andai in visita al reparto, c’era un giovane che voleva avvicinarsi, i medici cercavano di proteggermi, io chiesi che lo lasciassero avvicinare: «Dica che ci facciano uscire...». Era estate, molto caldo, l’aria chiusa, si fumava, e là fuori c’era un giardino incolto. Domandai perché non cercassero di utilizzarlo, mi dissero che c’erano molte difficoltà. Al nuovo direttore generale Gumirato chiesi subito di aprire quel giardino e lo fece, mi sembrò di buon auspicio: ce l’avremmo fatta a cambiare qualcosa. Quando invitai i volontari dell’Avo a entrare nel reparto di psichiatria si spaventarono, poi riconobbero che faceva parte della loro missione, si sono formati e oggi dicono che è stata una grande crescita».
Cos’ha trovato, al suo arrivo, di funzionante?
«L’impegno degli operatori in generale. Nella maggior parte ho incontrato senso del dovere, attaccamento al paziente, volontà di supplire alla carenze mettendoci l’anima. Poi quando ho visto quel che fanno al Microcitemico. E i trapianti di fegato: tante piccole realtà molto positive. In generale c’è un mondo sanitario meno inquinato che altrove, più legato ai valori della sanità tradizionale. Altrove è più diffusa la capacità di negoziare su tutto, di contrastare un cambiamento se non adeguatamente incentivato. Qui c’è una maggiore partecipazione. E anche le associazioni dei malati e dei familiari non sono ancora inquinate».
Inquinate?
«Spesso in altre regioni d’Italia le associazioni sono condizionate dalle industrie farmaceutiche o dalle lobby di professionisti. Qui c’è maggiore indipendenza. Le abbiamo coinvolte molto nelle scelte. All’inizio i medici storcevano il naso, poi si sono abituati».
I sindacati invece l’hanno accusata ripetutamente di non coinvolgere le categorie nelle sedi di valutazione dei problemi e delle scelte finali.
«Abbiamo fatto una quantità enorme di incontri, ma spesso i sindacati dei singoli settori professionali difendono i professionisti e non il ruolo del servizio sanitario».
Ha saputo che il centrodestra non farà il nuovo ospedale dell’area di Cagliari?
«Con un accenno vago l’ha detto l’assessore Liori al passaggio di consegne. Ha spiegato che per loro alcuni ospedali vanno bene così. Non so da cosa dipenda questa scelta. Cagliari ha tanti ospedali, accorparne due in uno era efficace per l’ottimizzazione delle risorse e qualificante per l’uso delle tecnologie. Vogliono farlo a Is Mirrionis: già in consiglio regionale tanti, in modo trasversale, volevano tenere quell’ospedale. Ricordo come alcuni temessero la perdita di valore degli immobili attorno... Ormai gli ospedali dentro le città non si fanno più e anche l’ospedale a padiglioni non si fa più perché è inefficiente, fa aumentare i costi del personale e della logistica. Spostare il Marino: ancora tanti ospedali anziché integrarli e allestire un polo di altissimo livello. Noi ultimamente si pensava di farlo a Monserrato, avevamo messo 200 milioni di euro di risorse che dovevamo ancora chiudere col ministero».
Un favore all’ospedalità privata?
«Liori e parte di An hanno detto di non avere legami con i privati. Ma io penso che se non si vuole un ospedale pubblico alla fine si lascia spazio ai privati. E poi c’è anche il personale che non desidera spostarsi da quella zona».
Un’accusa costante nei suoi confronti è stata quella di ragionierismo sanitario: prima i conti, poi la salute delle persone.
«E’ di nuovo un modo qualunquistico di guardare le cose. E di non voler vedere ciò che si è fatto. Noi abbiamo trovato una situazione in cui la spesa era fuori controllo e i soldi si sprecavano. In un anno soltanto abbiamo risparmiato circa 40 milioni di euro per la spesa farmaceutica: mettere a posto i conti è doveroso verso il contribuente. A casa loro vorrei vedere se spendono senza guardare. Torno a dire che non c’era opposizione nei contenuti».
Ma anche la maggioranza a volte è stata aspra con lei.
«Già. Ricordo la prima volta che entrai in consiglio regionale. L’onorevole Paolo Fadda si avvicinò al tavolo e mi disse ‘io sono il diavolo’. Io gli chiesi chi fosse, lui rispose ‘l’ex assessore’. Feci memoria: io ero a Roma al ministero quando lui era assessore. Non riuscivamo a chiudere un accordo di programma con la Regione perché l’assessorato era praticamente assente. Quando Soru arrivò al tavolo, Fadda ripetè: io sono il diavolo».
E Soru?
«Disse che lui aveva portato l’acquasanta. Uno scambio di battute segno della guerra preconcetta che si stava combattendo. Credo che loro stessi si sentissero percepiti come antagonisti. Debbo dire comunque che nel centrosinistra in generale ci sono spesso posizioni non uniformi, a volte si tratta di sfumature, altre di divergenze sostanziali. Come sui modelli organizzativi, sulla modalità di controllo della spesa farmaceutica o sui sistemi di finanziamento».
Professoressa, se si vuole guardare alle ‘cose fatte’, la scelta del manager Zanaroli per la Asl di Sassari è da considerare un errore?
«Zanaroli era un manager rigoroso e inflessibile e questo ha creato tensioni. Ma di tutta la Sardegna, Sassari è il territorio più difficile. E’ vero che non ha gli interessi economici e professionali di Cagliari, ma ha una latente decadenza di cui tutti si sentono vittime e invece sono partecipi, una perdita di prestigio dilagante, una tendenza all’individualismo ancora più marcata di altri territori e una università poco capace di alzare il tono della professione, del modo di agire».
Un giudizio severo.
«Non dimenticherò mai il rettore quando riprendemmo i discorsi sulle ristrutturazioni delle cliniche e scoprimmo che lui aveva circa 15 milioni di euro fermi, nonostante le condizioni del tutto inadeguate del materno-infantile, per esempio. Io gli dissi che avrebbe dovuto averli già spesi e lui risposte che invece dovevo ringraziarlo per aver conservato questi soldi. Sassari ha dato all’Italia grandi nomi, ma il livello medio non è elevato. Si lamentano su tutto, c’è un privato parcellizzato che rende difficile il funzionamento del pubblico. Zanaroli trovò al Santissima Annunziata 3 milioni di euro di cucine comprate e mai usate, tante irregolarità dappertutto che, scoperte, ovviamente provocarono critiche pretestuose, anche sul colore dei suoi calzini».
Contro Zanaroli ci sono cause in corso, però.
«Si riferisce agli interinali. Nella Asl ce n’erano tantissimi, decidemmo di congedarli con gradualità e Zanaroli fu denunciato per questo alla procura della Repubblica. Curioso che chi in passato aveva usato gli interinali per tutto non sia mai stato denunciato. Ripeto: forse Zanaroli poteva essere più diplomatico».
Insomma, non è stato un errore. Secondo lei quali sono stati i suoi errori?
«Certo sulle questioni di metodo. Bisognava accompagnare di più le cose programmate. Io ho chiesto ai miei collaboratori di andare a vedere nel territorio l’applicazione delle delibere e di parlare con gli operatori. Molte delibere sono state applicate solo in parte perché se non si coinvolge la gente e non si fa capire l’importanza di una scelta è chiaro che vengono trascurate. Un’altra cosa che non ho capito è stata la difficoltà degli operatori a lavorare in gruppo. Abbiamo fatto tante commissioni, ma ci voleva un continuo intervento dell’assessorato per mandare avanti i lavori. Anche sull’oncologia abbiamo lavorato troppo poco, la commissione si è impantanata in problemi interni, siamo riusciti solo nella radioterapia. E poi ho un cruccio quasi personale».
Dica.
«Sono un docente universitario e mi dispiace molto non aver lavorato abbastanza sulla formazione. Non ho neppure ricevuto proposte, ma probabilmente se le aspettavano da me. Tante volte mi sono ripromessa di dedicarmi al tema, sono riuscita soltanto a promuovere il corso Ippocrate, ottimo, sulla programmazione e vari temi sanitari, ma ancora poco».
Per alcuni progetti l’accusa nei suoi confronti è di non aver accolto le osservazioni degli operatori tutti i giorni sul campo.
«Se parliamo di programmazione sanitaria, una cosa che non ci può essere rimproverata è proprio quella di non aver ascoltato, di non aver promosso incontri e momenti di partecipazione con gli enti locali, gli operatori, i territori. Molte osservazioni interessanti ci sono arrivate e le abbiamo accolte. Altre volte devo dire però che gli stessi operatori non riuscivano a produrre una proposta condivisa tra loro stessi. Per esempio con la neuropsichiatria infantile è successo un fatto incredibile: dalla commissione non sono riuscita ad avere un documento unitario. Quando ho sollecitato me ne hanno mandato due, uno contrapposto all’altro».
Professoressa, i privati l’hanno accusata di voler ridurre i posti letto a loro per far spazio a potentati quali il San Raffaele di Milano.
«Senta, in Italia la sanità privata, tranne poche eccezioni, è di basso livello. Non ce l’ho coi privati: è che sono per la sanità pubblica. Il privato tende a dire ‘faccio quello che voglio io e non quello che serve a te’. La Regione ha sempre acquistato quello che il privato offriva, invece adesso ha cominciato ad analizzare i bisogni dei pazienti e chiede alla sanità pubblica e a quella privata di strutturarsi per soddisfare queste necessità».
Torniamo al San Raffaele.
«Quando sono arrivata l’ipotesi era in ballo da circa 15 anni, anche per accordi poco chiari del passato. A Olbia ci chiedevano di aprirlo. Il San Raffaele ha punte di eccellenza e abbiamo cercato di fare un accordo perché a Olbia portasse una sanità di qualità. Il San Raffaele, qui, ha dato fastidio ai privati per un possibile confronto, al sistema pubblico perché alla fine lo avrebbe costretto a confrontarsi. Anche l’università di Sassari esprimeva perplessità. Sa qual è invece il vero problema?».
Dica.
«Che il San Raffaele rispetti le regole, altrimenti diventerà una struttura mangiasoldi. Il piano sanitario prevede ad esempio che non possa aprire ambulatori delle specialità per le quali non sia possibile ricoverare le persone a Olbia. Per evitare che i primari visitassero in Sardegna e si portassero i pazienti a Milano».
Quello che avete fatto ora è passato in mano all’ex opposizione. Cosa teme?
«In primo luogo che non controllino la spesa. Mantenere il livello non è facile, ma se la Sardegna esce dal controllo della spesa rientra nel vortice delle regioni-canaglia. Il bilancio 2008 si è chiuso nel rispetto delle previsioni, le Asl avranno un residuo di spesa di 30, 35 milioni di euro che si potrà coprire con i 54 milioni di euro recuperati e tenuti apposta per far fronte ai piccoli eccessi di spesa. Un’altra cosa che spero non buttino via è il progetto di mobilità sociale. L’Aias un anno fa disse che il servizio trasporto disabili costava troppo e avrebbe licenziato circa 110 persone. Mi resi conto che nell’isola non c’era un servizio di trasporto pubblico per disabili. Abbiamo fatto una società con l’Arst e chiesto che l’Aias ci trasferisse gli esuberi. Poi abbiamo scoperto che in realtà il problema dell’Aias era ricevere più soldi».
La casa delle Ferrovie è in vendita?
«No, la tengo, spero di affittarla. Sono due miniappartamenti, in tutto saranno 100, 120 metri quadri. E c’è un bellissimo terrazzo».
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